La lingua che include:
i femminili di professione
in italiano

beatrice venezi a sanremo

Prendiamo spunto dalla recente dichiarazione di Beatrice Venezi al Festival di Sanremo per interrogarci sui femminili di professione in italiano, proprio oggi nella Giornata internazionale dei diritti della donna: è corretto chiamarsi direttrice d’orchestra? E architetta, avvocata e medica? Alla maggioranza degli italiani queste parole suonano male, perché fino a qualche decennio fa solo gli uomini potevano diventare dottori, progettare case o esercitare professioni legali, quindi tradizionalmente di questi e pochi altri lavori in italiano si usa solo il maschile: medico, architetto, avvocato, ma anche notaio, sindaco, rettore, ministro e deputato.

Eppure la società italiana sta cambiando, e con essa, naturalmente, anche la lingua: nel 2016 sono state elette prime cittadine di Roma e Torino proprio due donne, ed entrambe si fanno chiamare “sindaca”; nel 2017 tre professioniste hanno ottenuto il permesso dall’Ordine degli architetti di definirsi ufficialmente “architette”; dalla fine del 2020, infine, La Sapienza di Roma, la più grande università d’Europa, per la prima volta nella storia ha una “rettrice”.

sessismo nella lingua italianaQuesti sono solo pochi esempi, ma fortunatamente sempre più donne ricoprono posizioni e cariche istituzionali di livello in Italia, e quindi molte di loro chiedono giustamente che il loro ruolo professionale venga espresso al femminile, così come succede da sempre per tutti gli altri lavori (pensiamo a professoressa, maestra, commessa, amministratrice, ecc.).

È un dibattito attuale e vivo, ma che va avanti da almeno quarant’anni: nel 1987 la linguista Alma Sabatini ha scritto Il sessismo nella lingua italiana per conto della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna, con l’obiettivo «di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile». Sabatini ha il merito di avere portato l’attenzione sul tema e aver proposto l’uso delle forme femminili dei vari mestieri e professioni: “arbitra”, “colonnella”, “notaia”, “rettrice”, “deputata”, “ministra”, “sindaca”, e poi ancora “medica”, “architetta”, “avvocata” e “vigile”.

Molti di questi nomi stanno entrando oggi nell’uso e sono perfettamente corretti, come assicurano l’Accademia della Crusca e le linguiste e i linguisti che hanno approfondito l’argomento. Ma come si formano?
Bisogna prima di tutto distinguere tra nomi semplici e nomi complessi. Ecco alcuni esempi proposti dalla linguista Cecilia Robustelli:

Esempi di nomi semplici (base lessicale + desinenza):

figlio = maschile; figlia = femminile
il vigile = maschile; la vigile = femminile
il collega = maschile; la collega = femminile

Esempi di nomi complessi (base lessicale + suffisso + desinenza):

il cantante = maschile; la cantante = femminile;
il panettiere = maschile; la panettiera = femminile;
il lavoratore = maschile; la lavoratrice = femminile;
l’assessore = maschile; l’assessora = femminile / il professore = maschile; la professoressa = femminile
il pianista = maschile; la pianista = femminile

Questi esempi possono guidarci per creare il femminile di un nome di professione, a seconda che sia semplice o con un suffisso.

Articolo di Lucia Abate

Categoria: lingua italiana
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